La sottile linea rossa
Dal lavoro al merito, il dazio che Renzi non può pagare alla “stabilità”
“Il ritiro della fiducia al governo Letta non è all’ordine del giorno. Il punto non è far cadere il governo, ma far lavorare il governo”, ha detto ieri Matteo Renzi, nella prima conferenza stampa da neo segretario del Pd. Dopo aver comunicato, tra le altre cose, che il responsabile Economia nella sua segreteria sarà Filippo Taddei, classe 1976, professore alla sede bolognese della Johns Hopkins University che poche settimane fa, intervenendo sul quotidiano Europa, se la prendeva invece con “il prezzo che paghiamo all’equivoco della stabilità”.
15 AGO 20

“Il ritiro della fiducia al governo Letta non è all’ordine del giorno. Il punto non è far cadere il governo, ma far lavorare il governo”, ha detto ieri Matteo Renzi, nella prima conferenza stampa da neo segretario del Pd. Dopo aver comunicato, tra le altre cose, che il responsabile Economia nella sua segreteria sarà Filippo Taddei, classe 1976, professore alla sede bolognese della Johns Hopkins University che poche settimane fa, intervenendo sul quotidiano Europa, se la prendeva invece con “il prezzo che paghiamo all’equivoco della stabilità”. Lungo il confine sottile tra il “far lavorare” Enrico Letta e “l’equivoco della stabilità” dello stesso Enrico Letta, dunque, tenterà di muoversi Renzi nelle prossime settimane, per dimostrare di saper gestire le conseguenze della crisi finanziaria globale che si sommano al malessere cronico di un’Italia che da anni cresce meno degli altri paesi sviluppati.
Ieri infatti non è stato soltanto il giorno delle proteste dei forconi in giro per l’Italia (“a loro il governo deve dare una risposta”, ha chiosato Letta, senza riferirsi certo all’uso degli idranti), ma anche l’occasione per la Banca d’Italia di fornire un ennesimo dato macroeconomico negativo: i prestiti delle banche al settore privato – famiglie e società non finanziarie – sono scesi del 3,7 per cento a ottobre rispetto a un anno fa. La domanda di finanziamenti tutt’altro che bombastica è solo una parte della spiegazione. I nostri istituti di credito si sono fatti più guardinghi perché gli “incagli” nei loro bilanci aumentano. Poi però c’è anche una specifica difficoltà che le banche italiane incontrano nel reperire fondi, per il solo fatto di essere associate al nostro sistema-paese. Così anche la piccola-media impresa italiana, se un prestito riesce a strapparlo, lo paga più della concorrente tedesca. Il mercato finanziario è sempre più (ingiustificatamente) frammentato, dice il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, che perciò da settimane esorta i governi a dare vita all’Unione bancaria europea. Il nostro esecutivo oggi è a Bruxelles per cercare di stilare un’intesa. Renzi, su questo, che dice?
Non solo sul dossier dell’Unione bancaria, infatti, la politica economica europea si confonde sempre più spesso con la politica diplomatica. Renzi nel suo discorso di domenica sera, quello dei ringraziamenti per intenderci, ha fatto un fugace riferimento al commissario Ue Olli Rehn, alfiere finlandese del rigore fiscale, sostenendo che un paese come il nostro non può restare in balìa di “un commissario che si è svegliato storto”. Battute a parte, però, il nuovo segretario del Pd dovrà stabilire se in Europa è meglio usare il bon ton di Letta, cioè quello dell’euro-incassatore diligente, o rilanciare le ragioni della mozione presentata per conquistare il partito (senza complessi sulla modifica dei celebri criteri di Maastricht e su altre innovazioni da apportare alla governance Ue).
Che poi Renzi, come noto e come giusto, non è tra quanti addossano al “nemico esterno” ogni ritardo della nostra economia. Lacci e lacciuoli sono perlopiù di fattura domestica, e qui la traiettoria di Renzi può tornare a confliggere con quella del governo di Letta. Gli economisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, sul Corriere della Sera di domenica, hanno parlato infatti di “inaccettabile vaghezza” da parte dell’attuale presidente del Consiglio su temi come la partecipazione delle donne al mondo del lavoro, la scuola, il mercato del lavoro e la riforma della giustizia. “Che cosa pensa di fare il governo per la giustizia? Come intende ridurre i suoi tempi? Esistono vari studi, ad esempio di Daniela Marchesi e Andrea Ichino, che illustrano riforme a costo zero che riorganizzando il lavoro dei giudici accelererebbero significativamente i tempi di giudizio”. Le domande dei due economisti sono teoricamente per il Letta fase-2, ma le risposte sono quelle che dovrebbe scegliere Renzi. A patto che anche lui non accetti di far parte di un governo che “non ha obiettivi e quindi può dichiararsi comunque vincitore”.
A sostenere Alesina e Giavazzi, quelli del saggio “Il liberismo è di sinistra”, è arrivato anche Pietro Ichino, ex giuslavorista democrat poi approdato al movimento Scelta civica di Mario Monti, che nel nuovo segretario del Pd riconosce il potenziale grimaldello per forzare “il più conservatore dei partiti italiani”. Ichino invita Renzi a vigilare sul governo, la cui retorica sull’istruzione e l’università pubblica rischia di coprire un immobilismo di fatto: “E’ il Pd che, con il suo ministro dell’Istruzione Carrozza, oggi minaccia di bloccare il programma Invalsi per la valutazione nella scuola pubblica mediante i test standardizzati”. Soprattutto, il giuslavorista insiste sulla riforma del mercato del lavoro, sulla necessità di “coniugare flessibilità e protezione”, cioè su quanto osteggiato finora dal Pd “per paura di toccare i vecchi tabù” il posto fisso garantito. Sul tema della contrattazione tra datori di lavoro e dipendenti finora si è assistito addirittura a una competizione tra i guru di Renzi su chi fosse il più riformatore in materia. Al punto che il neo membro della segreteria Taddei, scrivendo tempo fa su Linkiesta.it, ha criticato di recente il parlamentare renziano Yoram Gutgeld e la sua Matteonomics, imputandogli “l’assenza del desiderio di prendere di petto l’estrema dualità del nostro mercato del lavoro”, diviso sempre più tra giovani precari e anziani garantiti. Possibile sfogare tanto ardore riformista nell’attuale piccola (e quasi immobile) coalizione? Si vedrà.